Due lettura di una stessa povertà

04/09/2026



Rapporto Annuale ISTAT 2026 e XXV Rapporto Annuale INPS


I Rapporti annuali ISTAT (maggio 2026) e INPS (luglio 2026) offrono due letture complementari della povertà in Italia: ISTAT mette a fuoco l’estensione e le caratteristiche del fenomeno; INPS valuta l’efficacia degli strumenti di protezione sociale e le dinamiche di accesso ai sostegni. Insieme evidenziano come la povertà sia multidimensionale e radicata in differenze territoriali, educative e occupazionali, e come l’attuale welfare fatichi a compensare le trasformazioni del mercato del lavoro.

Secondo ISTAT, nel 2025 quasi 11 milioni di persone (18,6% della popolazione) sono a rischio di povertà. La povertà assoluta riguarda 5,7 milioni di individui (9,8% nel 2024) e 2,2 milioni di famiglie (8,4%), con forti concentrazioni nel Sud e nelle Isole. Le famiglie numerose, i nuclei con minori, le famiglie con componenti stranieri e le monogenitoriali risultano le più esposte. Il titolo di studio emerge come fattore protettivo: i laureati mostrano rischi molto inferiori rispetto a chi ha istruzione più bassa.

La povertà assume forme specifiche: energetica (incapacità di riscaldare o pagare bollette) salita dal 7,7% nel 2022 al 9,1% nel 2024; insicurezza alimentare in calo ma ancora rilevante (9,3% nel 2025, circa 5,4 milioni); e “povertà di tempo”, che interessa quasi la metà della popolazione (49,2% nel 2023) e penalizza in particolare donne, genitori occupati e lavoratrici laureate. La salute e la cronicità aggravano le disuguaglianze: nel 2025 il 22,8% della popolazione convivente ha almeno due malattie croniche, con un carico maggiore fra i gruppi socio-economicamente svantaggiati.

L’ISTAT sottolinea infine le criticità educative: il 36% degli studenti dell’ultimo anno delle superiori mostra fragilità negli apprendimenti (italiano e matematica) e l’8,7% è in “dispersione implicita” (diploma con competenze insufficienti). La quota di laureati fra i 25–34enni resta bassa (31,6% contro 44,1% UE), con forti differenze territoriali (Isole peggiori, Nord-est migliori). Ciò alimenta un circolo vizioso tra basso capitale educativo, minori opportunità lavorative e vulnerabilità economica.

Il Rapporto INPS approfondisce l’offerta di tutela: l’Assegno di Inclusione (ADI), introdotto per sostituire il Reddito di Cittadinanza e mirato ai nuclei più fragili, ha raggiunto quasi 1 milione di nuclei (2,3 milioni di persone), concentrati nel Sud. A marzo 2026 i nuclei mensili beneficiari erano 641.000 con importo medio di 680 euro; in oltre la metà dei casi è presente almeno un anziano. Le modifiche normative del 2025–2026 (contributo straordinario per il mese di sospensione e successiva eliminazione della pausa con primo mese di rinnovo dimezzato) hanno mitigato interruzioni dei flussi di reddito per molte famiglie, coinvolgendo circa 484.000 nuclei che hanno ricevuto il bonus straordinario.

Tuttavia, INPS mette in luce limiti strutturali: la crescente domanda nel Mezzogiorno, la necessità di integrare meglio il sostegno economico con servizi di attivazione (inclusione lavorativa e sociale), e la debolezza del coordinamento operativo tra INPS, Comuni e Centri per l’Impiego. Il Rapporto mostra che avere un lavoro non sempre protegge dalla povertà: esistono molte famiglie con persona di riferimento occupata ancora in povertà assoluta, con gli operai e i lavoratori in condizioni precarie più a rischio.

Entrambi i Rapporti indicano che la sfida non è solo erogare trasferimenti più ampi, ma ricalibrare politiche che agiscano su tre piani integrati: reddito minimo mirato ai più vulnerabili; politiche salariali e contrattuali per restituire valore al lavoro; investimenti in istruzione, servizi di cura e infrastrutture locali per colmare le differenze territoriali. In pratica, contrastare la povertà richiede interventi sinergici su reddito, mercato del lavoro, formazione e servizi locali, insieme a un’efficace governance che migliori il coordinamento tra enti e l’accompagnamento personalizzato dei beneficiari.